Guida a come realizzare da soli immagini stereoscopiche, 3D ovvero Anaglifi (Parte I)

Abbiamo tutti una fotocamera digitale, meglio ancora sul cellulare o smartphone. Meglio più che altro per praticità per non andar in giro con una fotocamera che, per quanto ormai di dimensioni ridotte, non abbiamo sempre con noi. Mentre il telefonino è sempre lì pronto a catturare in 3D un angolo della città, un oggetto, un paesaggio, al parco, qualsiasi scena ci ispiri e vi assicuro che una volta presa la passione e capito cosa “rende bene” in una immagine stereoscopica non vi lascerete sfuggire occasioni, spunti. Nella guida non coinvogliamo altri strumenti particolari, come cavalletti ed altro, solo voi stessi e la fotocamera (per genericità chiamerò di seguito in questo modo sia l’eventuale macchinetta digitale, cellurare o smartphone).

Fondamentalmente dobbiamo scattare due foto, molto simili tra loro, che puntano lo stesso soggetto o un punto preciso di una scena, scattate ad una certa distanza laterale (mediamente 10-20 cm). Questa distanza sta a simulare la distanza tra i nostri occhi, quindi dovrebbe essere sempre piuttosto contenuta per rendere l’anaglifo realistico ma in caso di paesaggi è consigliabile aumentare la distanza laterale tra i due scatti, anche fino a 50 cm per spazi molto ampi, evitando però elementi troppo vicini che renderebbero l’immagine molto fastidiosa.

Due scatti, consiglio: il primo a simulare l’occhio sinistro e il secondo quello destro, quindi “primo scatto, spostamento laterale a destra e secondo scatto”. Lo ‘scivolamento laterale’ è importantissimo per la buona riuscita: dobbiamo assolutamente limitare al minimo la rotazione, pendenze e inclinazioni in altre direzioni dell’obiettivo, l’unico leggero cambio di direzione deve essere quello che permette di “puntare” un soggetto (immaginiamo gli occhi che convergono lo sguardo sull’oggetto che si sta osservando). Questo sempre nel caso di soggetti relativamente vicini all’obiettivo altrimenti per un paesaggio si consiglia di mantenere l’obiettivo dritto in avanti, tra uno scatto e l’altro traslare lateralmente la fotocamera senza badare a convergere, simulando quindi gli occhi che guardano lontano a direzione parallela. Possibilmente, conviene sempre sfruttare un piano qualsiasi (balaustra, parapetto, etc…) dove a questo punto più che controllare nel display si può anche scattare quasi alla cieca, gestendo lo spostamento sul ripiano. Cosa poco fattibile invece coi sottili cellulari, ma si possono sempre sfruttare parapetti e simili poggiando i gomiti (ma vabè, qui entriamo sui gusti personali come ci viene comodo per mantenere una certa inquadratura orizzontale e uniforme in assenza di cavalletto).

Scattiamo quindi la prima foto, aspettiamo immobili eventuali tempi di elaborazione e appena il display ci mostra l’immagine spostiamoci lateralmente, magari facendo gioco sulle gambe (consiglio di spostare il peso del corpo sulla gamba sinistra, scattare e slittare sulla gamba destra per il secondo scatto).

Oltre alla posizione e direzioni, identifichiamo il punto e la situazione migliore per scattare la foto, quello che appunto renderà bene in 3d.

Evitiamo:

  1. oggetti troppo vicini e sfondi troppo distanti;
  2. luoghi affollati, strade trafficate;
  3. cieli con nuvole e vegetazione quando c’è vento;
  4. fonti di luce coperte in uno dei due scatti;

Alcuni scatti “d’effetto” potrebbero sfruttare proprio la sporgenza di oggetti ravvicinati. Ma vi assicuro che un paesaggio lontano sullo sfondo e che occupa gran parte dell’inquadratura con un oggetto troppo vicino, es. una fronda d’albero o un vaso… non è la scelta migliore.

I punti 2. e 3. dipendono dal fatto che a differenza di altre apparecchiature stereoscopiche a scatto singolo, nel nostro caso abbiamo un obiettivo di fotocamera che si sposta nello spazio e scatta in due punti in tempi diversi. Quindi nel tempo che intercorre tra uno scatto e l’altro, i soggetti in movimento appariranno in posizioni diverse nelle due immagini da sovrapporre e questo comporta un problema che rovina la nostra foto 3D e in alcuni casi, meno evidenti, crea anche “anomalie”: ad esempio il vento può muovere la vegetazione in modo tale da far risultare nell’immagine finale foglie e rami più vicini e sporgenti di quel che sono o con bizarre anomalie.
Problema più frequente sono proprio le nuvole in movimento, un classico. Questo oltretutto ci porta ad affrettare lo spostamento tra i due scatti con conseguente imprecisione dell’inquadratura.

Alcuni di questi dettagli possono essere risolti con il ritocco digitale delle immagini ma in molti casi (soprattutto troppa rotazione tra le due inquadrature in scene con prospettive ravvicinate) si può far ben poco, se non: a) apprendere dall’errore commesso cercando di non ripeterlo, b) ritoccare e applicare rotazioni correttive per quanto possibile, ma l’immagine finale avrà sempre qualcosa che “non torna” o -peggio- risultare fastidiosa  per gli occhi.

(Continua a leggere la Parte II sul montaggio delle foto per creare l’effetto 3D)

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